ABSTRACT
Luogo: Museo Riso
Artista: Tony Lombardo
Titolo: Teratoteca
Biografia Tony Lombardo, Palermo, 2001 Vive e lavora nella sua città natale. Dopo aver conseguito il diploma accademico di primo livello in Scultura, prosegue il suo percorso formativo nella stessa istituzione, dove completa il biennio specialistico. Nasce in una città le cui stratificazioni culturali, simboliche e storiche alimentano fin dall’inizio la sua pratica artistica. Questo contesto complesso e denso lo conduce a sviluppare una costante tensione verso l’indagine del territorio, inteso non solo come spazio fisico, ma anche come spazio narrativo, affettivo e immaginario. La sua ricerca si muove in una duplice direzione: da un lato decostruire narrazioni sedimentate, dall’altro rigenerarle attraverso nuove prospettive e linguaggi che intrecciano materia e memoria. Il cuore della sua ricerca è l’archetipo animale, figura liminale utilizzata come strumento critico e poetico. L’animale diventa così una soglia simbolica: non una semplice rappresentazione, ma un dispositivo narrativo capace di evocare storie, custodire tracce e interrogare il presente. Le forme ibride che caratterizzano il suo lavoro — in cui l’identità umana si fonde, si perde o si trasfigura in quella animale — nascono da un immaginario popolato di presenze archetipiche, familiari e insieme perturbanti. Figure che abitano tanto l’infanzia quanto l’immaginario collettivo e che, proprio nella loro apparente semplicità, rivelano la propria forza: riflessi dell’umano, incarnazioni mute della psiche, dei desideri e delle emozioni. Gli animali, compagni dell’uomo nei contesti più disparati — dal lavoro al conflitto, dall’affetto alla narrazione — diventano nel suo lavoro vettori di senso capaci di decostruire l’identità umana e di obbligare a rinegoziare le categorie del pensiero. L’animalità si configura così come una chiave attraverso cui interrogare l’infanzia e la memoria dell’essere umano, mettendone in luce fragilità e ambiguità simboliche. In questa prospettiva, la scultura si trasforma in un gesto di cura, memoria e possibilità. Attraverso l’intreccio tra sperimentazione plastica e tradizione orale, la sua pratica tenta di riportare alla luce elementi dimenticati e marginali, ma profondamente significativi. In questo processo, l’artista assume la figura del cantastorie contemporaneo, trasformando le pratiche installative e scultoree in atti di narrazione collettiva, dove l’emozione diventa soglia, varco di senso e luogo di esistenze condivise.
Teratoteca L’eredità traumatica della Prima Guerra Mondiale restituì un’Italia fisicamente mutilata, segnata da un numero impressionante di soldati reduci da amputazioni. Per fronteggiare questa emergenza, la sanità militare istituì una vasta rete di centri di cura e smistamento, individuando poli cruciali – tra cui Palermo – per il trattamento delle lesioni osteo-articolari e per lo sviluppo di una prima, massiccia industria ortopedica e protesica. Il corpo umano, rotto dalla tecnologia bellica, veniva così riassemblato. Ma in questa narrazione della ricostruzione, il focus è rimasto rigidamente antropocentrico. Cosa ne fu delle innumerevoli vite animali fagocitate e distrutte dalla medesima macchina industriale? Cavalli, muli, cani e piccioni furono coscritti in un tragico capitolo della nostra storia, con stime che superano gli undici milioni di caduti. Una cifra che, peraltro, non tiene conto delle morti durante le traversate oceaniche, degli animali domestici abbandonati, della fauna selvatica catturata al fronte, o di quelle specie sinantropiche attratte dall’ecosistema delle trincee, come ratti, mosche, pidocchi e pulci. È questa presenza imponente ed estrattivista – rimossa dalla storiografia egemonica – che ha spinto lo storico francese Eric Baratay (in Bêtes des tranchées, 2013) a restituire una memoria alle esperienze dimenticate di quelle creature utilizzate come portaordini, forza motrice per l’artiglieria, o vetture per il trasporto di feriti e cadaveri. Questo rimosso storico evidenzia come l’Uomo abbia costantemente eretto se stesso al vertice di una rigida gerarchia ontologica, riducendo la vita non-umana a mera materia a disposizione: strumento di lavoro, risorsa alimentare, dispositivo biopolitico, cavia scientifica o s/oggetto ludico. È in questa cornice di dominio che la condizione animale e quella della disabilità umana si intrecciano. Come ricorda Sunaura Taylor nel suo Beasts of Burden (2017), nel discorso egemonico l’animalità è stata quasi sempre associata alla bestialità o alla mostruosità. Già tra il XVI e il XVIII secolo, l’interesse per le anatomie non-conformi era dettato da una fascinazione per il freak, per il macabro, con feti atipici e resti umani che venivano esposti nelle Wunderkammer come grotteschi “scherzi della natura”. Questo stigma sopravvive nell’immaginario contemporaneo: Taylor, infatti, osserva come la cultura pop tenda ancora oggi a rappresentare i corpi disabili come «pericolosi, violenti e pronti a vendicarsi», un tropo incarnato dal villain cinematografico «sfigurato o che usa una protesi» – una forma di discriminazione che si interseca e si aggrava attraverso le linee di razza, genere e classe. È interrogando l’intersezione tra questi corpi vulnerabili e lo specismo che emergono i Critical Animal Studies e i Critical Disability Studies. In questa precisa zona di riposizionamento antispecista e crip si inscrive l’opera dell’artista palermitano Tony Lombardo (2001). La sua installazione si presenta come un campionario alienante: un allestimento seriale da ferramenta ortopedica che collassa in tinte e tensioni feticistiche, a metà tra sanitaria ortopedica, candy store, pet shop e sexy shop. Attraverso questo cortocircuito, Lombardo interroga il ruolo dell’ingegneria biomedica e delle tecnologie zootecniche laddove l’umano non è il destinatario finale. I dispositivi protesici in vetrina – spesso fedeli ai volumi delle parti anatomiche animali esibite – oltre a manifestarsi come vestigia, diventano testimoni di un’area di convergenza interspecie dove la tecnologia biomedica applicata all’animale non-umano disvela una vulnerabilità condivisa. Come sottolinea Taylor, «le protesi per animali stanno diventando sempre più comuni [...] per elefanti, cani, gatti, delfini, mucche, capre, tartarughe, alligatori e uccelli». Ma ciò che rende questi interventi così politicamente densi è «quanto siano simili ai comuni ausili creati per gli umani: protesi, rampe, sedie a rotelle». L’installazione dell’artista palermitano si eleva così a testimonianza di una relazionalità in cui le protesi diventano uno strumento di avvicinamento materiale tra l’animale non-umano e l’umano. Eva Hayward – in More Lessons from a Starfish (2008) – riflettendo sulla personale esperienza di donna trans attraverso l’anatomia della stella marina (capace di rigenerarsi quando recisa) ci invita a ripensare l’amputazione e il “taglio” come una soglia generativa: «The cut is possibility». Nelle opere di Lombardo, l’innesto tra protesi e anatomia animale (musi latranti, membra equine) materializza questa tensione: l’estensione bionica si manifesta come un’interfaccia attiva capace di ridefinire le possibilità relazionali del soggetto, rinegoziando il concetto di “specie compagne” con cui la filosofa Donna Haraway indica la profonda co-evoluzione e costituzione reciproca che percorre la storia dell’essere umano e dell’animale non-umano. La serialità suggerita dall’installazione di Lombardo: dal pannello forato, all’estetica protesica e l’ambiguità del rosa antico fondono la clinica alla costrizione biopolitica; un confine reso esplicito dalla disposizione delle marche auricolari zootecniche, freddo sigillo della nostra schizofrenia relazionale e della standardizzazione della vita a inventario. La vetrina si manifesta quindi come la rappresentazione di vestigia cyborg che abitano già il nostro presente, costringendoci a guardare oltre l’illusione dell’Uomo universale per immaginare nuove forme di parentela con il più-che-umano, radicate nella nostra ineluttabile e comune animalità.
Luca Seguenza
Dove
Via Vittorio Emanuele 365, Palermo