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  • Mostra Savinio. Incanto e mito
    Mostra Savinio. Incanto e mito
    Roma - Mostre, dal 08/02/21 al 13/06/21
  • Palazzo Altemps
    Mostra Savinio. Incanto e mito
    Palazzo Altemps, dal 08/02/21 al 13/06/21

Mostra Savinio. Incanto e mito

Roma
Mostre

 

L’esposizione di circa 90 lavori selezionati tra dipinti e opere grafiche, provenienti da istituzioni pubbliche e collezioni private, lascia emergere i molteplici interessi dell’artista che spaziano dalla musica alla letteratura, dalla pittura al teatro.
I lavori esposti – con un focus tra il 1925 e il 1931, in particolare sugli anni trascorsi a Parigi dall’artista, e con un rapido affondo sulle ultime produzioni – mettono in luce, attraverso alcuni temi e momenti fondamentali, la particolarità di una poetica che associa e coniuga antico e moderno, estetica e ironia, memoria e fantasia in un’ottica globale oggi di grande attualità. Il gioco, le strutture e trame illusorie e chimeriche, le civiltà passate e le epoche aurorali, la decostruzione dei racconti leggendari e mitici, le caleidoscopiche immagini che spezzano l’equilibrio visivo in composizioni inattese e folgoranti, diventano gli indizi da inseguire negli spazi del piano nobile del Museo.
La mostra si concentra su alcuni temi e momenti fondamentali che esaltano la particolarità di una poetica in cui si coniugano antico e moderno, bellezza e ironia, memoria e fantasia in una visione totale, di vero incanto.
Sarcastico e pungente, Savinio affonda a piene mani nella letteratura “noir” e misterica, nella filosofia greca riletta attraverso i pensatori tedeschi di fine ottocento, Nietzsche in particolare nell’illuminante metafora del gioco, scintilla primaria per l’esegesi dell’artista: “non c’é nulla che ci faccia tanto bene quanto il berretto del monello: ne abbiamo bisogno di fronte a noi stessi – ogni arte tracotante, ondeggiante, danzante, irridente, fanciullesca e beata ci è necessaria per non perdere quella libertà sopra le cose che il nostro ideale esige da noi”.Questo lo sguardo demistificante che ci accompagna nel mondo estroso, abissale e mutevole, sottile e intenso, sarcastico e crudele di Savinio, della sua arte, della sua immaginazione vitale ed esplosiva. È la traccia della memoria come consapevolezza e come stratificazione di saperi, tradizioni, usi, culture a guidarci in questo percorso dove schegge di albori dell’universo, dell’infanzia, degli illuminanti incontri con personalità rivoluzionarie sono ricucite nella singolarità dell’opera, nel miraggio di un tempo e di una durata amplificati.

In una delle prime sale del piano nobile di Palazzo Altemps, sono state riunite opere dalle strutture fragili e caleidoscopiche, trasparenti e segrete che alludono allo squilibrio di una realtà sospesa, all’utopia di un mondo ideale. Sono oniriche costruzioni di una visione “inscatolata” a definire l’immaginazione chimerica di una spazialità ludica. Il mondo visto come un immenso giocattolo, verità fissa e inalterabile, contrapposta al naturale flusso del cosmo. Nell’Isola dei giocattoli (1930), tra gli altri lavori qui esposti, le forme sono assemblate in una costruzione piramidale tra reale e fantasia, tra immaginazione e meraviglia. Un’eco della potenza del fanciullo che sperimenta la creatività muovendosi tra le sembianze più familiari del suo reale.
In dialogo i due quadri Sodome (1929) e Gomorrhe (1929) dove emergono storia, dramma e dove la terribile punizione del racconto biblico nella Genesi si dispiega in una fantastica dimensione “aerea”. Nella stanza precedente è esposta la grande tela destinata alla decorazione dell’appartamento del gallerista parigino Léonce Rosenberg, L’île des charmes (1928): ancora un gioco, tra strutture geometriche e architetture illusorie.
Nella Sala Grande del Galata, maestosa e solenne, le invenzioni pittoriche e sceniche per l’Oedipus Rex di Igor Stravinsky su testo di Jean Cocteau (1948) e I racconti di Hoffmann di Jacques Offenbach (1949) si intersecano tra un genere e l’altro, in rimandi continui, nell’ininterrotto intrico di finzioni, sovrapposizioni e incastri dai colori vivi, smaglianti di materia, luce e suoni. Tra bozzetti e maquette, è esposto il grande fondale di scena su disegno di Savinio Hoffmann e la Musa. Tra forme classiche e stilemi di un impero tardo neoclassico Savinio si muove per ricreare le scene e i costumi di quest’opera singolare e poco nota. Ma ad animare l’artista è ancora un sentimento di commossa partecipazione per quella musa – e il suo cantore Orfeo, immaginato nella metamorfosi dell’indissociabile strumento lirico che lo simboleggia – a cui giovanissimo si era votato per poi allontanarsene, mai però abbandonando l’amore per il colore del suono e l’artificiosità del teatro. Nella Sala del Galata la visita è accompagnata dall’esecuzione dell’Oedipus Rex diretta da Herbert von Karajan con la voce narrante di Arnoldo Foà.
E Les Chants de la mi-mort composti dal giovane Savinio nel 1914 risuonano nella Sala Mattei, dove è presentata una importante selezione di prime edizioni, di dattiloscritti annotati e di manoscritti autografi dell’artista. Il percorso prosegue nella Sala degli obelischi, dove, tra i marmi raffiguranti satiri, ninfe e muse, è esposto l’Orfeo (1929 ca.) con il corpo che si trasforma in lira, proveniente dal Musée d’Art Moderne di Parigi, e lo spettacolare Apollo (1931): ancora il tema della musica e l’annuncio delle metamorfosi delle sale successive. Qui si trova anche Il colloquio (1932), in assonanza con il gruppo Oreste ed Elettra nella collezione permanente di statuaria di Palazzo Altemps, modello iconografico per questo “capriccio” che salda l’antico al moderno.
Nello Studiolo, luogo di riflessione e meditazione, sono riunite tele che riconducono a uno spazio intimo, interiore, a paesaggi arcaici, foreste pietrificate, personificazioni di qualcosa di terrifico che incombe e sta per accadere. Ed ecco apparire nella Camera del Cardinale i Centauri (Bataille de centaures - 1930), creature primitive e leggendarie all’origine della storia dell’umanità. Attraversata, poi, la sala successiva nella quale figure fantasmatiche si muovono tra le pareti chiuse di una stanza, si approda nell’ingresso alla Sala della Duchessa dove esseri titanici, tra cui gli inseparabili Dioscuri (1929), metaforica rappresentazione dei fratelli de Chirico- Savinio, incarnano personaggi mitologici.
La mostra continua in un magico rituale metamorfico dove umanità e animalità si mescolano come in un bricolage folle e fanciullesco. Personaggi familiari o risvegliati dal passato appaiono in forme inattese: nuovi bestiari dipingono immagini ormai ibridate e disgiunte da ogni logica naturale, assemblate in dimensioni nuove e sconosciute. Come per Le due sorelle (1932), La vedova (1931), Niobe (1932) nelle sale del Trono Ludovisi e dell’Ares. O come per quel possente Prometeo (1929) che sembra plasticamente misurarsi, nella Sala delle prospettive dipinte, con l’Hermes Loghios restaurato dall’Algardi.
Proseguendo nel percorso l’opera più tarda svela la stessa valenza fantastica e onirica.
La visita si chiude con Fleurs (1930-31) e L’aquilone (1932): aperture sull’universo disorientato e perturbante degli spazi vertiginosi e dei paesaggi multiformi che fondano l’alfabeto immaginario e irreale di Alberto Savinio.

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