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  • Un Caffè con Beatrice Monroy
    Caffè del Teatro Massimo presenta
    Un Caffè con Beatrice Monroy
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    Palermo - Caffè del Teatro Massimo, 18/02/2016

Un Caffè con Beatrice Monroy

Palermo

Un viaggio autobiografico da Palermo all’America e ritorno, che fa tappa al Caffè del Teatro Massimo


Che sia palermitana doc non ci sono dubbi, le sue radici sono ben piantate in questa terra di Sicilia che non sempre dimostra grande amore per i suoi figli. Forse qualche volta a ragione, visto che anche la sua stessa prole è stata spesso capace di rinnegarla per i classici “cinque minuti di gloria”. 

E’, però, soprattutto una cittadina del mondo, Beatrice Monroy, narratrice, drammaturga, scrittrice, autrice di testi radiofonici per RadioRai, pronta a rivendicare l’appartenenza a una cultura, quella siciliana, la cui letteratura ha fatto l’Italia del dopoguerra. 

«La stessa Elsa Morante – dice Beatrice Monroy - in “Menzogna e Sortilegio” racconta Palermo perché vive a qui, dove avviene la sua formazione, scrivendo questo suo capolavoro. La nostra è sempre stata una terra di saccheggio da parte di molti, mentre invece avremmo dovuto e dovremmo cominciare a raccontare noi stessi con i nostri occhi».

Figlia del primo embriologo molecolare italiano, sin da piccola fa la spola tra Palermo e l’America, prima a New York e poi nel Massachusset, dove il padre si era trasferito per dedicarsi ala ricerca. 

«La prima volta che ci andai avevo 8 anni. Mio padre mi venne a prendere all’aeroporto con una di quelle assurde auto americane e mi disse che mi stava portando a mangiare una polpetta in mezzo al panino. Una roba, anche questa assurda, che in Europa ancora non esisteva. Incredibile come del resto erano incredibili quegli anni, gli anni Sessanta. In America ci restai sino ai 16 anni, conducendo una vita abbastanza confusa, in parte a pezzi. “Oltre il vasto Oceano. Memoria parziale di Bambina” ha questo titolo perché avevo la sensazione, poi rimastami, che il mio posto ideale fosse un’isoletta sperduta in mezzo all’Atlantico. L’America, comunque, è oggi la mia seconda casa».

Inglese, francese e tedesco. Sono le lingue che conosci e parli. Ma come mai anche il tedesco? 

 «Perché in questo delirio di famiglia, una cosa che si usava molto nel dopoguerra - io sono nata nel ’53 ed era ancora dopoguerra - era avere le babysitter tedesche, le cosiddette tate, che lasciavano la Germania per andare a lavorare negli altri paesi europei. Erano donne che avevano perso i compagni in guerra e che, sole, si riscostruivano una vita altrove. La nostra si chiamava Marta e a morire in guerra era stato il suo fidanzato.  I miei genitori lavoravano entrambi, mia madre aiutava mio padre, quindi era inevitabile per loro ricorrere alla tata. Io ho capito dopo perché in molte delle nostre famiglie c’erano donne tedesche a occuparsi dei bambini. Sia mio padre sia mia madre erano molto presi dal lavoro, erano due tipici intellettuali di quegli anni. Mi ricordo queste conversazioni assurde. Ci si incontrava per parlare di romanzi e libri, non certo di problemi legati alla vita quotidiana. Mai, per esempio, discutere delle scarpette di pelle lucida che avrei voluto o del vestitino nuovo che mi sarebbe piaciuto comprare. Del resto, da noi si usava che gli abiti si passavano di figlio in figlio e io avevo due sorelle. Tutto molto intellettuale».

Una vita un po’ difficile, ma anche molto stimolante.

«Questo si sicuramente. Certamente si giocava, non mancavano bambole e balocchi, ma per mio padre era prioritario leggere. Non c’erano stanze in cui mancavano libri. Ricordo pure la sezione dei vocabolari che curava mia madre; guai a usare quello bilingue.  Per me era tutto normale. Ci crescevi in questo clima.  Eravamo, però, oggetto di curiosità da parte delle mie amiche, che andavo a trovare anche per fare quello che da noi era proibito fare. Per esempio, saltare con la corda».

E cos’altro era proibito fare?

«Essere stupide. Per mio padre non si poteva essere stupide. I miei erano due esseri molto gentili, ma mio padre si arrabbiava molto quando facevo la stupida. E per me questo è stato un problema perché avrei voluto maggiore leggerezza.  Che, invece, ora mi concedo. Forse anche il fatto di avere trovato il modo di scrivere in stile comico, grottesco, è il riscatto di quegli anni. Io, poi, sono una comica e questo mondo mi appartiene. Anche mio padre era molto spiritoso, intelligentissimo ma, siccome proveniva da una famiglia di aristocratici siciliani per i quali i nobili non dovevano studiare, lo sforzo enorme che aveva fatto per coltivare i suoi studi era per lui una grande conquista. Per me scrivere di lui mi ha aiutato molto. Avevo 25 anni quando lui è scomparso, in America. Era molto malato. "Oltre il vasto oceano" mi ha consentito di fare pace con tante cose, ma è stato anche il ponte per traghettare e giungere con maggiore serenità al grottesco.  E' stato molto importante per me perché, sino a quel momento, è come se avessi avuto qualcosa che mi bloccava. Ho ritrovato una parte di me stessa e anche quella voglia di paracadutarmi con leggerezza sulle cose».

Se, dunque, la scrittura è qualcosa che viene da dentro, la Didone di “Dido operetta pop” dovrebbe essere frutto di questa elaborazione.«E' anche l'elaborazione delle radici a cui apparteniamo, quelle del popolo siciliano, che è molto ispanico. Questa cultura barocca, le tante sovrapposizioni, il nostro modo di essere: è tutto dovuto anche alle condizioni geografiche. Noi, che scriviamo al Sud, abbiamo difficoltà a riconoscere la nostra identità, non scriviamo di quello che siamo. Siamo sempre stati portati a scrivere come se fossimo fuori dal Regno delle Due Sicilie. Emma Dante, per esempio, fa un teatro fortissimo perché ha trovato un'identità che la porta ovunque. Dobbiamo, invece, renderci conto che il mito è attorno a noi, noi siamo il mito. Il viaggio nel libro autobiografico che ho fatto con “Oltre il vasto oceano” mi ha aiutato a compiere un altro importante percorso di radici artistiche, il cui risultato è proprio Didone.  Didone, che sostanzialmente è ognuna di noi, con in più il fatto che viveva dietro l’angolo, a quattro passi da noi. Se, infatti, vai a Cartagine, scopri che Ben Alì si era costruito la villa dentro le rovine della città. Qualcosa che potrebbe fare molto facilmente un qualunque mafioso. Noi siamo le persone normali che hanno dovuto non essere normali subendo la mafia. Questo grande lavoro che gli artisti del sud devono fare, è per essere se stessi. Siamo nati a Palermo e non a Venezia o in un qualunque altro luogo del mondo. Dobbiamo rendercene conto e cominciare a esserne orgogliosi. Al Vomero come a Ballarò, la nostra meridionalità si esprime al meglio. Alla fine, poi, è veramente molto divertente».
                                                                                                       
                                                                                                 Gilda Sciortino
                                                                                                 Addetto stampa
                                                                          del Caffè del Teatro Massimo

















































Organizzato da

Caffè del Teatro Massimo

Un Caffè con Beatrice Monroy


Palermo

Coopculture

Quando

Giovedì, 18 Febbraio 2016
aperto
chiuso

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Un Caffè con Beatrice Monroy

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Orario

Aperto

18 Febbraio 2016

18:00 - 20:00

 

 

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