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  • Governance e sostenibilità, il binomio innovativo per uno sviluppo a base culturale
    Governance e sostenibilità, il binomio innovativo per uno sviluppo a base culturale
    Giovanna Barni su AgCult
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Governance e sostenibilità, il binomio innovativo per uno sviluppo a base culturale. Giovanna Barni su AgCult

 

La cultura come elemento fondamentale di un nuovo welfare: inteso non più come assistenza, ma piuttosto come partecipazione al patrimonio culturale. La fruizione culturale diventa quindi il centro di un sistema che soddisfa diritti e interessi (educazione, cittadinanza, lavoro, impresa) di vari attori, organizzati secondo un modello nuovo di governance. Una collaborazione strutturata e inclusiva tra soggetti diversi che lavorano insieme (ognuno con ruoli e responsabilità distinte) per raggiungere un obiettivo comune di crescita. È il tema del binomio ‘Governance e sostenibilità’, molto caro a Giovanna Barni, presidente di CoopCulture, che in un’intervista ad AgCult si sofferma sul tema della cultura come risorsa economica e sociale (oltre che per la crescita della persona) attraverso un approccio innovativo e inclusivo che vuole rendere “i visitatori, le comunità, le imprese partecipi di questa grandissima risorsa che è il patrimonio culturale”. Un modello per una nuova economia da proporre alle generazioni future.

CoopCulture spinge in modo particolare per l’idea di sostenibilità sociale (ma anche economica e culturale) che sovverta lo schema stretto e rigido dell’equilibrio costi-ricavi. “Noi – spiega Barni – siamo una cooperativa culturale attenta alla produzione di valori sociali, il lavoro e il co-operare sono nel nostro Dna. Noi non produciamo profitto ma, negli anni, abbiamo creato solo redditività condivisa”.

GOVERNANCE E SOSTENIBILITÀ

È anche per questo, appunto, che CoopCulture punta molto sul “concetto di sostenibilità applicato al patrimonio culturale, non solo in termini economici (come equilibrio fra ricavi e costi), ma anche di sostenibilità sociale intesa come capacità di diffondere valori sociali, valori culturali stimolando la produzione culturale, la crescita e l’identità, e valori economici per una comunità o un territorio cioè la possibilità di creare filiere a valore aggiunto. La strategia e l’impegno di CoopCulture, non a caso, è stato il voler essere un volano per creare network territoriali, sistemi di rete all’interno dei quali possa crescere una filiera cooperativa multisettoriale”.

Tutto ciò rappresenta la misura di come la cultura può soddisfare i diritti dei visitatori, delle persone, delle comunità. Diritti di diverso tipo, spiega Barni: educazione, cittadinanza, lavoro, intrapresa economica. “Parliamo quindi di vari approcci che fanno della cultura un elemento fondamentale di un nuovo welfare che non è più soltanto assistenza. Non si tratta più di aprire musei e portarci i visitatori, ma di rendere i visitatori, le comunità, le imprese partecipi di questa grandissima risorsa che è il patrimonio culturale. È un approccio innovativo, inclusivo e aperto alla partecipazione di tutti”.

Il tema per la presidentessa di CoopCulture è, quindi, la governance. “Se la cultura è un sistema sostenibile laddove soddisfa una serie di diritti di diversi attori che fanno parte di una comunità, la governance sono i processi attraverso i quali si organizza il contributo di tutti questi soggetti. La governance è certamente partecipata, ma deve essere anche organizzata, inclusiva e strutturata”.

I NUOVI PARTENARIATI

Quando si parla di governance, quindi, si parla di “un’organizzazione e collaborazione a vari livelli e in varie modalità per arrivare fino a forme di coprogrammazione e di cogestione come potrebbero essere i nuovi partenariati territoriali così come vengono auspicati dal nuovo Codice dei contratti pubblici. All’articolo 151 il Codice apre infatti alla possibilità che il settore culturale – che è un settore speciale – possa sperimentare delle forme di cogestione in cui si condivide un progetto e obiettivi comuni sul lungo periodo. “Oggi – spiega Barni – è da elaborare il pensiero e la pratica di un nuovo modello dove la collaborazione non sia affidata solo alla buona volontà, ma che prendano vita forme strutturate in cui sia in fase di programmazione sia in fase di gestione – possibilmente in un’ottica pluriennale e in una scala dimensionale territoriale – ognuno si assume rispetto a obiettivi generali e determinati, determinate responsabilità e determinati ruoli per raggiungere un obiettivo di crescita comune”.

UN APPROCCIO DI SISTEMA

Il rischio, invece, di una gestione o solo pubblica o solo privata, sottolinea la presidentessa di CoopCulture, è che “la logica a cui si resta ancorati è quella dei costi e dei ricavi in cui si misurano semplicemente il numero dei visitatori la quantità degli introiti e i risparmi nella gestione attraverso gare al massimo ribasso che non sono ammesse nel nostro settore. Occorre uscire da questa morsa del costi-ricavi ed entrare in un nuovo approccio che è quello di sistema”. Per governare questo spazio di relazione si tratta “di mettere in campo competenze diverse, soprattutto negoziali nel pubblico, e una fiducia rinnovata tra i diversi soggetti. Ed è necessario che la Pubblica Amministrazione si doti di un set di indicatori con cui valutare le diverse forme di gestione e insieme la qualità e l’impatto dei diversi partner privati,. Oggi tutte le professioni creative hanno bisogno di poter crescere in un clima di sburocratizzazione, di maggiore fiducia, di supporti e agevolazioni”.

DALL’AQUILA AD ARTLAB

Di tutto questo si è parlato nei giorni scorsi a Mantova, in occasione dell’ultima tappa del 2017 di ArtLab, un laboratorio, un esercizio di progettazione condivisa con esperti e professionisti del settore in vista dell’Anno Europeo del patrimonio culturale e del Forum della Cultura che si terrà il 7 e l’8 dicembre a Milano. “Dopo tanti anni di diffidenze – dice Barni – abbiamo visto nel confronto di questi mesi una grande possibilità. La discussione forse non è ancora matura sotto tutti i punti di vista, ma qualcosa si muove. C’è un maggiore desiderio di un’interlocuzione aperta e senza pregiudizi. E voglio ringraziare gli organizzatori per l’opportunità che hanno dato a tutti noi”.

Un percorso di dialogo aperto che va dalla Conferenza dell’impresa culturale dell’Aquila (che ha visto misurarsi “tutti gli operatori del mondo della cultura che fanno intrapresa, l’impresa pubblica, il terzo settore e la cooperazione”) fino ad arrivare al confronto di Mantova con interlocutori istituzionali, i comuni, le regioni, il Parlamento, il Ministero, fino all’Europarlamento e alla Commissione Ue. “È stato interessante lavorare a queste due iniziative perché sta montando un approccio nuovo al patrimonio culturale, innanzitutto come fattore di welfare proiettato non solo nella conservazione del passato ma come elemento costruttivo di una società migliore, nell’ambito di una nuova economia sostenibile”.